Marco: raccontare la buona notizia

di Annalisa Guida

Che cosa significasse, prima del vangelo di Marco, raccogliere la sfida di “annunciare Gesù Cristo morto e risorto” possiamo solo immaginarlo. Nei testi cristiani antecedenti il primo vangelo scritto (alcune lettere paoline e pochi testi pervenutici indirettamente che oggi annoveriamo tra gli apocrifi del NT) abbiamo a mala pena brevissime notizie biografiche del Nazareno, prevalentemente legate agli eventi della passione, e tutt’al più alcune “parole del Signore” registrate indipendentemente.

Eppure la tradizione cristiana senza vangeli non è nemmeno immaginabile; non solo non lo è nei suoi aspetti kerigmatici e di contenuto, ma non lo è nella sua storia degli effetti, nella cultura, nella letteratura, figurarsi nella storia dell’arte.

C’erano altri modi di annunciare Gesù? C’erano altre vie nella predicazione e nella catechesi per portare ai confini del mondo la buona notizia? In fondo, possiamo solo supporre di sì, ma lo facciamo quasi in absentia, perché sappiamo che la forma “vangelo” ha sbaragliato qualsiasi concorrente e si è man mano identificata come il lieto annuncio di Gesù Cristo, morto e risorto.

Ebbene, questa grande intuizione, l’“invenzione” del genere letterario che chiamiamo “vangelo” la dobbiamo a Marco. Marco (questo il nome autoriale che la tradizione, da Papia a Ireneo fino a Origene, ci consegna) ha scelto di annunciare Gesù raccontando Gesù, raccontandone cioè la vita, le esperienze, gli incontri, i gesti; le parole, l’accoglienza, l’incomprensione; le difficoltà, la morte, la risurrezione. Questa mise en recit, questa messa in racconto dell’esperienza straordinaria di Gesù Cristo Figlio di Dio ha appassionato, scandalizzato, convinto, messo in crisi i suoi destinatari (che possiamo immaginare sia come ascoltatori sia come lettori) e ha funzionato non solo come supporto per la predicazione, ma come vera e propria esperienza formativa e strategia mistagogica: Marco ha provato a farci entrare nel mistero grande del regno di Dio e della persona singolare e irripetibile di Gesù di Nazaret facendoci percorrere, insieme con lui, le strade dalla Galilea a Gerusalemme, in un apprendistato discepolare condiviso con folle di uomini, donne, bambini, emarginati, potenti.

Certamente non era l’unico modo possibile, certamente non custodiva l’unico volto di Gesù che la primitiva comunità cristiana aveva imparato ad amare, tant’è che più di un credente, dopo di lui ma a partire da lui, ha rimesso mano alla storia (cf Lc 1,1-4) cercando di evidenziarne aspetti diversi o vicende omesse o di offrirne una nuova chiave di lettura. Ma Marco è stato il punto di partenza, la sfida ermeneutica, il termine di confronto, anche l’interlocutore scomodo.

La tradizione cristiana non ha sempre apprezzato il carattere un po’ brusco, asciutto e paradossale di questo racconto, considerandolo per secoli la (brutta) copia ridotta del più completo e solenne Matteo. Ma, come non è stato così all’origine, quando il vangelo di Marco ha probabilmente attraversato buona parte dell’impero romano, così non è avvenuto nel passato recente. Questo racconto ha intrigato molto la sensibilità moderna, forse proprio per i suoi tratti di ricercata paradossalità, di voluta incompletezza, di ostentata enigmaticità che possono, ovviamente, essere bollati come scandalo e stoltezza piuttosto che come sapienza e potenza di Dio (cf 1Cor 1,20b-25). Lo “scandalo della croce” (per continuare a utilizzare un lessico paolino cui la cristologia di Marco sembra ispirarsi tanto da vicino) è diventato racconto di uno scandalo più grande, anticipato in una parabola non compresa, in un pane non diviso, in una paura non vinta.

La fede capace di smuovere le montagne e di vincere un cuore sclerotizzato comincia (e ricomincia) lungo la riva di un mare, all’inizio di una giornata che non sarà come le altre, quando accanto all’umana immobilità passa il dinamismo creatore di Dio.

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