La battaglia nascosta. Gesù nell’orto degli ulivi

di Annalisa Guida – via Osservatore Romano

Siamo nel cuore della passione: gli eventi tragici non hanno avuto inizio, eppure quello che avviene nel campo del Getsemani sembra la vera battaglia. Anticipati dalla doppia predizione a Pietro, gli eventi si susseguiranno come da copione. Prima, però, che si passi alla fase del compimento, ecco la preghiera tragica di Gesù.

Marco la pone come momento di pausa e di svolta tra la catena di predizioni precedenti e il loro inverarsi (almeno parzialmente) nel racconto. Gesù si rivolge qui al Padre, rivelazione esclusiva al lettore di un rapporto unico che riemergerà nell’appello drammatico alla croce. La preghiera di Gesù, la sua angosciosa richiesta, nel Getsemani è accompagnata dell’inerme sonno dei suoi discepoli, i tre più intimi, quelli dei momenti più solenni: per ben tre volte Gesù tornerà da loro per trovarli addormentati (triplice ritorno e constatazione motivano la suddivisione delle scene nei versetti 32-38; 39-40; 41-42; questo micro-racconto è un tipico esempio marciano di scena tripartita). Si anticipa, così, il contrasto tra gli atteggiamenti di Gesù e Pietro ai rispettivi interrogatori (14, 53-72). 

Paul Gauguin, «Gesù nell’orto degli ulivi» (1889)

La scena al Getsemani è un progressivo e drammatico isolamento del personaggio di Gesù dai suoi accompagnatori: in 14,32 Gesù è con i discepoli; in 14,34-35 Pietro, Giacomo e Giovanni; in 14,35-36 solo. Il suo triplice ritorno da Pietro, Giacomo e Giovanni per constatarne tutte le volte l’incapacità di vegliare enfatizzerà la sua solitudine. La fuga generale all’arresto sancirà la sua assoluta separazione.

All’inizio della scena, al gruppo dei discepoli Gesù chiede solo di sedersi affinché lui possa pregare (versetto 32), mentre ai più intimi, Pietro, Giacomo e Giovanni, quelli che già precedentemente ha voluto con sé in altri due momenti d’intensa autorivelazione, sembra fare una richiesta più esigente: restare e vegliare (versetto 34) perché la sua anima è triste fino alla morte.

L’ansia di Gesù è espressa ai versetti 33-34 da un crescendo emotivo: lo spavento, l’inquietudine, la tristezza profonda. Come sappiamo, Marco offre molto raramente introspezione emotiva o psicologica dei suoi personaggi, e quasi mai lo fa di Gesù, né quasi mai Gesù esprime il proprio stato d’animo rispetto a una situazione (esempi rari sono stati 6,4 e 8,2). L’eccezione, qui, amplifica il dramma e ci fa entrare direttamente nel suo turbamento. Come a dire: in un’angoscia in cui anche il Padre sembra assente, grazie alla potenza del racconto nella solitudine di Gesù entra almeno il lettore, che per la prima volta è messo a contatto in maniera così nuda e diretta con la sua preghiera, la sua autoconsapevolezza, il suo dramma interiore. Stiamo per contemplare una scena che rafforza la fede in Gesù o la mette definitivamente in crisi?

Gesù avanza un po’ (versetto 35) e si getta a terra, pregando — conosceremo tra poco il destinatario di questa preghiera — che, se possibile, passi da lui quell’ora. A quale ora si riferisca è ben chiaro dall’esplicitazione della sua preghiera: rivolgendosi direttamente a Dio come Padre (versetto 36), colui al quale tutto è possibile, Gesù chiede che allontani quel calice da lui.

L’effetto sul lettore e sull’accentuarsi del dramma è incredibile: non solo Gesù aveva assicurato a Giacomo e Giovanni che avrebbero bevuto il suo stesso calice (10, 38-39), alludendo così alla partecipazione alle sue sofferenze, ma aveva anche passato il calice (14, 23-24) del suo vino/sangue perché tutti condividessero gratuitamente il suo destino. Ora, invece, Gesù vuole prendere le distanze da questo calice, lo rifiuta: la tensione è altissima, la battaglia atroce. L’ora, dunque, da allontanare — la medesima che dirà essere giunta in 14, 41 —, è quella di bere lui stesso il calice. Per entrambi gli elementi (calice e ora), Gesù prega che siano allontanati, portati via da lui.

Sia l’uno sia l’altra, dunque, sono cifra della sofferenza a cui Gesù va incontro, ma di una sofferenza in cui si gioca la sua stessa identità come messia e, in lui, di Dio come Padre. Dio potrebbe accontentare Gesù: il Gesù marciano a più riprese ha insegnato ai suoi discepoli che tutto è possibile a Dio e a chi crede in lui. Eppure non è questa la direzione che prende il racconto; la modalità si sposta dal potere volere, già nella stessa preghiera di Gesù: «Tutto è possibile a te (…). Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu». Sarà necessario, per il personaggio Gesù e per l’ingresso timido ma più consapevole del lettore nel mistero degli eventi della passione, che questa preghiera venga ripetuta: ciò sarà fatto, già al versetto 39, con le stesse parole e anche nei versetti 40-41, sebbene omessa, sembra implicito che la sequenza “preghiera personale-esortazione ai discepoli” si ripeta; non c’è bisogno, alla terza volta, di ribadirlo esplicitamente. Piuttosto Marco sente il bisogno di insistere su un altro aspetto: il sonno dei discepoli.

Gesù li aveva esortati a restare e vegliare. L’invito a vegliare era stato già rivolto insistentemente ai discepoli come a tutti nel capitolo 13 e il ricordo di quell’esortazione fa impallidire ancora di più i volti di questi tre che, invece, sono addormentati tutte e tre le volte in cui Gesù va loro incontro (versetti 37, 40 e 41; richiamo al capitolo 13 sarà anche, tra breve, il riferimento al canto del gallo, cfr. 13,35). Essi dovevano restare e vegliare, ma ne sembrano incapaci. Gesù suggerisce un altro sostegno alla debolezza della carne, la preghiera (versetto 34), e, consapevole del conflitto che egli stesso sta vivendo tra uno spirito pronto e una carne debole, ritorna a pregare.

Ma i discepoli dormono. È chiaro che la tentazione che colpisce i discepoli va ben oltre una debolezza fisica: Marco dà una spiegazione di questo sonno con una delle sue tipiche frasi-commento: «I loro occhi, infatti, erano appesantiti» (versetto 40). Quale pesantezza può farti tenere gli occhi chiusi mentre il tuo maestro e signore sta soffrendo atrocemente? Fino a che punto la stanchezza fisica può essere davvero un alibi per un tale disinteresse? Con un altro commento il narratore aveva già spiegato un fallimento dei discepoli nella sezione dei pani, in 6, 52: lì era il cuore indurito, qui sono gli occhi pesanti ad impedire un discepolato degno del proprio maestro.

I discepoli, qui, sono ciechi a ciò che essenzialmente accade al Getsemani, e che invece il lettore, come unico testimone e partner di Gesù, percepisce, ossia che quella preghiera è una specie di finestra sul segreto della figliolanza divina di Gesù e del rapporto specialissimo con il Padre suo. Gesù, dunque, realizza la propria figliolanza divina mentre i discepoli falliscono nel realizzare il loro discepolato. Senza dubbio, dunque, il Getsemani è un climax, momento decisivo della story-linesequela dei discepoli. Gesù aveva già provato numerose volte ad aprire gli occhi ai suoi: a Betsàida e a Gerico, attraverso le guarigioni fisiche di due ciechi che incastonano l’insegnamento di Gesù sulla croce, e qui, nel cuore della passione, con vari tentativi (cfr. le varie predizioni). Ma tutti sono destinati al fallimento: qui, nel Getsemani, essi non riescono neanche a tenere gli occhi aperti. Si realizza, dunque, la profezia di Isaia, 6, 9-10, da Marco, 4 in poi sta funzionando quasi da programma narrativo dell’incomprensione/cecità/sordità dei discepoli: loro, gli insider del mistero del regno, ora sono definitivamente outsider al mistero di Gesù, al punto tale che non sanno nemmeno cosa rispondergli. Le reazioni di questi uomini alla presenza interpellante di Gesù sono state sempre più spesso caratterizzate dall’incomprensione e dalla paura (9,32), dalla vergogna (9,34), dalla tristezza (14,19), dallo smarrimento (14,40).

Sopraggiunto la terza volta, Gesù sembra risoluto (versetto 41). Non c’è più tempo. Né per dormire né per riposarsi, ma neanche per indugiare a pregare. L’ora è giunta in cui si compirà la consegna. La formulazione, secca, sintetica, molto vicina alla seconda predizione lucana della passione (Luca, 9, 44b), non lascia spazio a fraintendimenti. Di nuovo la corrispondenza tra chi consegna e chi viene consegnato nel parallelismo dei versetti 41b-42: «Ecco, viene consegnato il Figlio dell’uomo… colui che mi consegna si avvicina». I discepoli, ormai, devono alzarsi e andare. E il racconto confermerà che non c’è più tempo.

via Osservatore Romano, 3 aprile – Leggi qui l’originale.

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