Il profumo e lo spreco

di Rosalba Manes – via Osservatore Romano

Siamo di certo di fronte a uno dei racconti più insoliti, e forse imbarazzanti, del primo vangelo. Sorprende il contrasto tra il complotto che si sta tramando ai danni di Gesù e il clima di estrema confidenzialità e calore che caratterizza la scena immediatamente successiva. Il Cristo si avvia al compimento della sua missione storica e ancora una volta è accompagnato dalla compresenza di chi lo accoglie e di chi lo rifiuta. Era stato così sin dall’inizio della sua vicenda storica: appena nato, egli è accolto dai Magi e rifiutato da Erode. Durante il suo ministero Gesù verrà accolto dai piccoli e rifiutato da chi si vanta della propria sapienza. Anche adesso che si avvicina la conclusione del suo percorso, assistiamo a questa compresenza: da un lato l’odio dei capi e dall’altro l’amore di chi, come la donna che lo unge, lo ha accolto e gli riserva un trattamento di amicizia e intimità.

Il nuovo e sorprendente incontro di Gesù è collocato a Betania, città che è stata menzionata dal primo vangelo immediatamente dopo l’ingresso di Gesù a Gerusalemme (confronta Matteo, 21, 17). Gesù si trova nella casa di Simone il lebbroso, figura sconosciuta, di cui si dice solo che accoglie Gesù alla sua mensa. Di lebbrosi il primo vangelo conosce solo quello che Gesù guarisce in Matteo, 8, 2-4. Il testo non dice che si tratti di lui, ma si può comunque supporre che se il lebbroso abbia invitato a pranzo Gesù forse è per ringraziarlo del dono della guarigione. Guarire i lebbrosi, stando a Matteo, 11,5, è segno inconfutabile dell’avvento del messia ed è anche uno dei compiti affidati da Gesù ai Dodici in Matteo, 10, 8. Possiamo quindi pensare che è nella casa di un lebbroso guarito e grato che Gesù riceve la visita di una donna anonima che con grande libertà compie un gesto inconsueto che la pone in antitesi con lo stereotipo femminile giudaico. La cultura giudaica prevedeva infatti che la donna stesse ai fornelli e che l’uomo intrattenesse gli ospiti conversando con loro. La donna che entra a casa di Simone si avvicina a Gesù, senza essere stata interpellata, e compie un gesto audace e carico di significato: gli unge il capo con un unguento profumato. Nella Scrittura la prassi di ungere il capo con olio profumato appare come un gesto di accoglienza nei confronti di un ospite (confronto Salmo 23, 5; 92, 11; Qoèlet, 9, 8) o come costitutivo dell’elezione di un re (confronta ii Re, 9, 6) e della consacrazione di un sacerdote (confronta Esodo, 29, 7). La donna accoglie? Elegge? Consacra? Tutto questo non le compete. Ma lei non lo sa o lo dimentica: lei sa solo che amare non è appannaggio di un sesso o di una categoria, ma è quella movenza umana che proclama che la vita è sempre più grande delle convenzioni sociali. L’amore è oltre!

È importante notare la reazione al gesto della donna che non viene letto come espressione di stima, apprezzamento, riconoscimento della messianicità di Gesù, ma piuttosto come una “trasgressione” che suscita sdegno e non tanto negli astanti in generale (come accade nella versione marciana), ma nei discepoli di Gesù. Di fronte al dono che la donna fa a Gesù essi gridano allo spreco. Il suo gesto appare loro “eccessivo”. Per questo lo delegittimano classificandolo come un’offesa ai danni dei poveri. I discepoli quindi leggono il gesto dell’unzione contrapponendo al destinatario reale dello “spreco”, Gesù, quello ideale, destinatario della somma corrispettiva, cioè i poveri. La reazione dei discepoli apre uno spaccato interessante sulla loro difficoltà a tenere il passo di Gesù. Fa emergere poi il loro rapporto con le donne, con il denaro, i poveri e persino il loro rapporto con Gesù. Della donna essi hanno una visione negativa, se la accusano di “spreco” ai danni di altri; nei confronti del denaro mostrano un particolare attaccamento; dei poveri hanno una visione un po’ strumentale se essi sono visti come destinatari potenziali del denaro; infine di Gesù hanno l’idea di qualcuno, magari anaffettivo, impermeabile alle manifestazioni di stima e di affetto. Hanno ancora una mentalità che tende a “calcolare” e a “quantificare”.

da Osservatore Romano, 1 aprile – Leggi qui l’originale

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