Matteo: una sapienza antica e nuova che tiene vivo l’amore

di Rosalba Manes

Giacomo Luoni, “Gesù tra noi”

Leggere un vangelo è intraprendere un viaggio, è salire. Si tratta di un’esperienza che aiuta a gettare luce sul Dio in cui crediamo, ma anche sulla nostra identità di uomini e donne credenti. Ogni pagina è un gradino che ci fa salire al di sopra di noi e ci fa scendere dentro di noi. Ogni parola allora appare, come direbbe Simone Weil, una realtà a metà strada tra la pagina bianca e la poesia. Sorge dal silenzio di chi l’ha ispirata, risuona nell’intimo di chi la legge e si libra sulle ali della poesia, quando sposa un cuore capace di tradurla in vita. Che possiamo anche noi, attraversando i sentieri del primo vangelo, fermarci estasiati ad ascoltare il suono di parole semplici, che però hanno dentro il mare, e riprendere il cammino, muovendoci spediti tra la pagina bianca e la poesia.

Il vangelo di Matteo che apre il corpus dei vangeli nel Nuovo Testamento è detto primo vangelo per le sue qualità letterarie e teologiche, che sin dai primi secoli hanno destato grande attenzione e ne hanno stimolato la lettura. Il vangelo fu composto molto probabilmente nella regione di Antiochia di Siria, tra gli anni 80 e 90 d.C., comunque di certo dopo il 70, data memorabile della distruzione del tempio di Gerusalem­me.

Il primo vangelo si presenta come un testo che testimonia il con­tatto tra giudaismo e cristianesimo e che mostra lo stretto rapporto che ha Gesù con l’“Antico” (cioè con tutto ciò che è racchiuso nelle Scritture ebraiche e nelle tradizioni di Israele); un Gesù che non vuole offrire una nuova legge, ma interpretare correttamente la legge rice­vuta da Israele al Sinai per orientarla al suo senso intimo. Egli non si oppone alla religiosità giudaica, ma ne mostra tutta la radicalità, cogliendone l’anima nascosta e sviscerandone la sua ragion d’essere più profonda. Il vangelo di Matteo è incastonato nella verità del fine ultimo della missione di Gesù: essere-con gli uomini e le donne. Egli raccoglie la speranza di Israele e compie la promessa dell’Emmanuele, il Dio-con-noi. Il Dio con noi o Emmanuele, annunciato nel passato, entra nella storia (Mt 1,23) e si mostra vicino in forza di un amore viscerale per gli esseri umani che tocca l’oggi dei suoi contemporanei e sovrabbonda per attraversare i secoli futuri, fino alla fine del mondo (Mt 28,20). Egli si fa inoltre presente dove due o più si radunano invocando il suo nome (Mt 18,20), esperienza che sottolinea il carattere comunita­rio e liturgico della fede.

Il vangelo di Matteo sorprende per l’irruzione della presen­za femminile sin dal suo inizio, cioè sin dalla genealogia, dove le donne entrano nella storia fatta prima solo dagli uomini. Quelle della genealogia sono donne straniere che, con il fascino della loro bellezza, servono il piano salvifico di Dio. Qualcuna non gode di buona fama (come la prosti­tuta Racab), ma sarà riscattata dal suo peccato grazie alla sua generosità ancora più grande. Nel vangelo s’incontra anche la figura della donna seduttrice, Erodiade, che resiste al piano salvifico chiudendo il cuore alla voce di Dio e del suo profeta. E si incontra anche la donna scelta per essere la madre del messia, Maria, che incarna il tratto femminile della presenza costante durante tutto il ministero di Gesù e ospita in pienezza il piano di Dio nella sua vita e nel suo corpo. Le donne di Matteo mostrano così che si può vivere la femminilità con superficialità, quando si cede alla mentalità del provvisorio e del potere (come la madre di Giacomo e Giovanni, prima della passione di Gesù) e ci si rende succubi del piacere che offusca ogni logica e fabbrica armi di morte (come Erodiade), o che si può scegliere di adottare lo stile della lungimiranza, rendendo la propria sensibilità matura e capace di dare vita (come l’emorroissa, la cananea, la donna dell’unzione, la moglie di Pilato, Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe e la madre di Giacomo e Giovanni durante la passione). La maggior parte delle donne del vangelo edificano la storia sacra con la loro generosità, con la loro capacità di accogliere, di farsi prossimo, di incul­turarsi, con la loro audacia e con la loro incredibile capacità di resistenza dinanzi agli ostacoli della vita. Sono al servizio della vita: materne, volitive, sensibili al dolore e alla gioia, sono nel vangelo autentici “focolai” che scaldano oltre il gelo dell’indifferenza e non hanno paura della tenerezza. Passionali, piene di fede (come l’emorroissa e la cananea) e di gratitudine (la donna dell’unzione e le donne al sepolcro), impregnate di speranza, sono capaci di sfidare la morte e di sentire, oltre il tanfo dei sepolcri interiori, il profumo della risurrezione. Capaci di lasciarsi attraversare dalla Bella no­tizia, possono librare il cuore sulle ali della fede e contagiare i discepoli di ieri e di tutti i tempi.

E come le donne di Matteo, così siano anche le donne di questa pagina di storia del mondo e della chiesa che stiamo scrivendo insieme: capaci di passione, di creatività, di au­dacia. Ma soprattutto capaci di nutrire con grazia materna la parola del Figlio di Dio per poter nutrire anche le parole dei figli degli uomini perché, come scriveva Charles Péguy, «Gesù non ci ha dato affatto delle parole morte da chiudere in piccole scatole e conservare in olio rancido… Ci ha dato delle parole vive da nutrire… Le parole di vita non si possono conservare che vive… Siamo chiamati a nutrire la parola del Figlio di Dio. È a noi che appartiene, è da noi che dipende di farla intendere nei secoli dei secoli, di farla risuonare».

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